Qual’è il futuro (e il presente) del lavoro in Europa?

Europa Grand Tour

Qual’è il futuro (e il presente) del lavoro in Europa?

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Ve li ricordate gli anni 80?
Gli anni 80 se li ricordano tutti, anche quelli che, come me, erano più o meno troppo piccoli in quegli anni.
D’altronde li abbiamo visti i film, o no? Ce lo ha insegnato la filmografia americana come erano gli anni 80. E i 70.

Lo sapete quindi, lo sapete anche se non sapete di saperlo com’erano gli anni 80.
Erano Madonna, in stile simil punk, che cantava canzoni con riferimenti religiosi che oggi le costerebbero un linciaggio pubblico.
Erano film e cartoni animati violenti nel vero senso della parola e davvero poco politicamente corretti (ma anche tanto tanto ingenui!!).
Erano un mondo del lavoro diverso. Ecco, questo era proprio anni luce da noi.

Il lavoro negli anni 80 era una piramide.
C’erano le grandi aziende, tu ti diplomavi o ti laureavi, entravi in azienda dal basso e se volevi, ti impegnavi e non eri proprio deficiente facevi carriera. E scalavi la piramide.

Cosa succedeva se scalavi la piramide?
Avevi più sottoposti ai tuoi più o meno diretti (spesso indiretti) comandi. Avevi una valanga di responsabilità. E guadagnavi tanto. Ma proprio tanto. Tanto, tanto, tanto.

E poi sono arrivati gli anni 90.
Mentre io andavo alle andavo alle medie e leggevo libri di cui la mia professoressa di italiano ignorava l’esistenza, il lavoro come l’Europa e, più in generale, il mondo lo aveva conosciuto, andava lentamente in crisi.

Le aziende iniziavano ad esternalizzare, ossia facevano svolgere parte del lavoro a ditte esterne perché costava meno che assumere nuovi dipendenti, e le grandi imprese, le grandi entità aziendali andavano disgregandosi.
E più le aziende diventavano piccole più il lavoro veniva svolto al di fuori dell’azienda, sia per motivi economici che per mera praticità. Inoltre i nuovi dipendenti di queste aziende sempre più piccole venivano pagati meno, sempre meno.

Poi il 2000.
L’euro, il terrorismo, il digitale. Il mondo cambia. E l’economia, che stava già cambiando, gli va dietro.

 

Lavorare oggi

In Italia il tessuto aziendale è oggi composto da piccole e medie imprese che non possono (e non vogliono) investire in formazione aziendale, quindi non sono interessate a formare un dipendente per tenerselo ma preferiscono averne uno già formato e usarlo per il periodo che gli serve. Queste aziende non hanno i mezzi per investire in ricerca e sviluppo.. ma di queste cose ne abbiamo parlato nella puntata numero 38 dedicata alla laurea e lavoro e all’Italia vs l’Europa, a cui rimando.

La situazione degli altri stati europei non è omogenea certo, ma, in generale il manager anni 80, che ancora oggi una certa filmografia americana ci propina, non esiste più.

Secondo l’osservatore Jobpricing, che si occupa di stimare le retribuzioni nell’ambito della consulenza aziendale, ogni anno il 12% dei così detti manager, ossia dei dirigenti, perde la sua qualifica, e viene declassato. O almeno: gli viene declassato lo stipendio!

Questo cosa significa?

La competizione del mondo del lavoro attuale è feroce, molto più feroce di un tempo.
Quarant’anni fa se non davi il massimo non scalavi la piramide e dovevi accontentarti del tuo stipendio da impiegato.. oggi quello stesso stipendio da impiegato è un sogno per molti e se non dai il massimo il posto semplicemente lo perdi!
E questo, con buona pace dei giornali economici e delle associazioni più o meno blasonate che si occupano di lavoro aziendale di alto livello, riguarda quasi tutti i settori e i livelli produttivi, riguarda tutto il mondo del lavoro: dall’amministratore delegato alla donna delle pulizie che lavora in nero.

Quindi, in soldoni, oggi il concetto di carriera come ci è stato e spesso, erroneamente, viene ancora insegnato, non esiste più.

D’altronde guardate cosa fanno le università più moderne e attente al mercato del lavoro: negli anni 70 e 80 facevano corsi e scuole per quadri e dirigenti, oggi fanno seminari e conferenze per avviare start up (il budget è diminuito anche per loro!).
Insomma..

il dirigente è andato in pensione (in tutti i sensi) e il nuovo lui è l’imprenditore.
Certo un imprenditore conche ha un po’ le pezze al culo.. ma comunque un imprenditore!

Anche le competenze sono cambiate: se prima si ricercava una specializzazione sempre più spinta, elemento rimasto nella preparazione universitaria italiana che è lenta ad adeguarsi, oggi si punta al così detto multitasking.
Che poi sarebbe, in soldoni, il paghi 1 e prendi 2, anzi prendi 100: ci si aspetta che il lavoratore sappia fare un po’ di tutto, da quello che un tempo era il lavoro della segretaria al lavoro del dirigente.

E qui arriviamo allo smart working o telelavoro se vogliamo dirlo in italiano!

La pandemia del coronavirus ha accelerato un processo che era inevitabile: migliaia di persone non hanno motivo di recarsi fisicamente ogni giorno sul posto di lavoro, potrebbero tranquillamente lavorare da casa e questo costerebbe meno non solo all’azienda ma anche ai dipendenti (si pensi solo al costo dei trasporti.. ma soprattutto al tempo!!) e alla società tutta (e qui entra in gioco l’inquinamento).

Come sa chi mi ascolta da un po’ io lavoro da casa da anni e la mia qualità di vita è notevolmente migliorata da quando lo faccio: io sono una grande sostenitrice del lavoro da casa!
Lavorare da casa però significa anche avere una maggiore responsabilità: le scadenze vanno rispettate e il lavoro va fatto anche se nessuno ti controlla.. inoltre decisamente è impossibile fingere di lavorare!
Diciamo che il telelavoratore, anche quando è un dipendente di un’azienda, è una via di mezzo tra l’imprenditore e il dipendente.

Ho già trattato del telelavoro qui (diventare telelavoratori) e qui (il telelavoro oggi).

 

Il lavoro del futuro

Dove ci porterà il futuro del lavoro?
Paradossalmente ci riporterà, forse, alla iper-specializzazione ma con un occhio al multitasking.

A livello di materie, diciamo, di studio universitario la maggioranza delle statistiche indicano ingegneria, le varie professioni sanitarie e, soprattutto, l’economia e statistica ai primi posti.. ma con un occhio alle capacità linguistiche e comunicative (quindi al mondo umanistico).
Vi è poi tutto il settore della green economy, a tutti i livelli, che rivestirà in futuro un ruolo sempre più importante.

A livello di struttura del lavoro certamente dobbiamo renderci conto che il lavoro di domani, ma, in fondo, anche quello di oggi, sarà molto fluido: non è possibile immaginare una realtà lavorativa fissa come quella di 30 o 40 anni fa.

Questa fluidità la intendo sia come stabilità del lavoro (il concetto di tempo indeterminato è ormai obsoleto, piaccia o no) sia come professione in sé: fatte salve poche professioni molto specializzate, come il medico specialista, molti lavoratori, molti professionisti sono destinati a vedere cambiare il proprio percorso nel corso della vita sia per adattarlo ai cambiamenti in essere del mercato del lavoro che alle proprie esigenze e aspettative di vita.. il che, devo dire, non è poi così male!

In questa ottica riveste un ruolo importante la così detta “riqualificazione”, che da noi ha una connotazione negativa ma in molte nazioni estere è vista in modo molto più neutro (ad esempio in nord Europa).
Cambiare radicalmente lavoro e professione dovrebbe essere non dico alla portata di tutti ma certamente una possibilità ben vista e accettata.. voglio dire in Finlandia non è così strano a 50 anni imparare un nuovo mestiere e farlo, qui è impensabile soprattutto a livello sociale e, a volte, anche pratico (fare un contratto di apprendistato ad un 50enne non è possibile.. e se lo fosse sarebbe certamente un sistema abusato!).

Come avrete notato non ho parlato di specifiche professioni del futuro.
Il discorso relativo alle così dette professioni del futuro è complesso: l’Italia ha un sistema di istruzione un po’ vecchio, molte delle figure altamente specializzate, per cui sono presenti specifici percorsi formativi all’estero, qui vengono raggiunte per vie traverse perché non esistono, appunto, percorsi universitari adatti a formare certe figure.
D’altronde qui i media quando parlano di formazione moderna più che altro cercano di convincere i 19enni a lasciare gli studi per fare gli operai specializzati!.. E no, non è che ci sia qualcosa di male a fare l’operaio ma non possiamo, come nazione, costruire un tessuto di lavoratori il cui futuro è mettere (e metterci!) in concorrenza con paesi come la Cina!! Non ha senso né futuro una scelta del genere perché non è economicamente sensata!

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